Julien Gracq – La finestra sul bosco

Un giovane ufficiale francese si trova all’inizio della seconda mondiale in una foresta delle Ardenne ad attendere in un bunker il passaggio delle forze militari tedesche.

Ma il bosco e la sua straordinaria principessa, Monà, lentamente lo faranno entrare in un mondo incantato da cui si staccherà solo con l’arrivo del nemico.

Il breve ritorno dell’uomo nel bosco è in fondo crudele: malgrado il protagonista abbia vissuto momentaneamente in simbiosi con quel paesaggio ancestrale, al brusco risveglio egli si ritroverà  solo e impaurito nella casa di Monà, stavolta in attesa della morte.

julien gracq finestra sul bosco

Il titolo del libro, Una finestra sul bosco, non potrebbe essere più azzeccato: la prosa di Gracq tende a dissolversi e a diventare un tutt’uno con i ritmi sacri del bosco, e si rimane li, sulla finestra,ad osservare ammaliati questo grande poema sulla natura.

Julien Gracq (vero nome Louis Poirier), scrittore ancora poco conosciuto in Italia, ci ha abbandonati recentemente, nel dicembre del 2007.

La versione in francese di Una finestra sul bosco

Purtroppo a tutt’oggi le sue opere migliori non sono disponibili nelle librerie italiane perchè esaurite o in quanto le case editrici che le hanno pubblicate sono fallite.

Fortunatamente grazie al web è possibilmente reperirne una copia usata su amazon o ebay.

Originariamente pubblicato nel 2008.

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Franz Kafka – Il Castello – Il Processo

Il Castello

Scritto nel 1922, Il castello è l’ultimo romanzo di Kafka, o meglio l’ultimo che ha tentato di scrivere. Infatti come America il romanzo è rimasto incompiuto, e dobbiamo al fraterno amico di Kafka, Max Brod, la conservazione di questa e di altre sue opere.

Il castello condivide diverse delle tematiche che hanno reso l’opera di Kafka l’emblema della nostra era, come il protagonista che lotta inutilmente contro un’entità dai fini indecifrabili e i personaggi sempre più grotteschi che il protagonista dovrà  incontrare, ma stavolta li immerge in un’ambientazione che pur rimanendo sempre una sovrastruttura simbolica e decisamente più evocativa, quasi da vecchia leggenda.

Ciò contrasta magnificamente con il crudo realismo di certe scene, come la spettrale visita a casa di Barnabas (sicuramente la parte più affascinante del romanzo) o la scena d’amore con Frieda.

Inoltre, pur rimanendo al di là di ogni logica umana ed epitome dell’incomunicabilità a tutti i livelli, stavolta il sistema contro cui si trova a lottare K. sembra essere più deliniato del solito: sappiamo dove risiede (il castello), ne conosciamo alcuni dei suoi abitanti (benchè  di basso lignaggio), conosciamo quello che sembra apparentemente il suo male maggiore (la burocrazia), conosciamo il motivo della venuta del protagonista al villaggio.

Ma come sempre nell’universo di Kafka, questi pochi, frammentari dettagli servono solo a concedere una piccola speranza al protagonista, prima di farlo ripiombare nella più completa impotenza di fronte ad un semplice funzionario del castello. Tante, come sempre nelle opere di K., le possibili chiavi di lettura, compresa, viste le diverse citazioni nel testo, quella teologica.

Il  Processo

Con l’Ulisse, si tratta dell’opera letteraria che ha più influenzato il nostro secolo. I due romanzi però non potrebbero essere apparentemente più diversi: prorompente,sintatticamente e semanticamente multiforme, universale e giò tesa verso il postmoderno l’opera di Joyce; scarna stilisticamente e narrativamente, intensamente personale, rigida nella costruzione e incompleta l’opera di Kafka.

Nel Processo K. è riuscito con poche scene, con pochi personaggi peraltro ambigui a costruire un struttura di segni perfetta, che si chiude lenta e invisibile sul protagonista, il quale non riuscirò mai a scoprire la sua colpa perchè questo presuppone ritrovare la sua vera identità, e nel mondo alienato di K. questo non è più possibile.

A nulla quindi, serve cercare aiuto o consolazione nella legge, nell’arte, nell’amore, nella religione; ciò non fa che rendere piò ancora più grottesco e amaro il percorso che non può che concludersi con una fine tragica ma che non ha niente dei grandi martiri del passato, ma che è anzi anonima e immersa in un silenzio assoluto.

Originariamente pubblicato nel 2008.

Roussel – Locus Solus

Come le altre opere dello scrittore francese, Locus solus è stato mal accolto dalla cultura del suo tempo, per poi venir celebrato da alcuni dei più importanti esponenti del surrealismo ed essere in tempi più recenti ritenuto una delle influenze principali dell’OULIPO. Ed in effetti Locus Solus sembra essere un mix perfetto tra le due estetiche.

Se infatti da una parte abbiamo affascinanti immagini che provengono direttamente dal nostro subconscio e da quello collettivo, rivelato tramite ancestrali narrazioni, dall’altra c’e un controllo totale sia a livello testuale che compositivo ottenuto con l’uso di regole combinatorie e arbitrarie limitazioni.

A livello strutturale abbiamo un particolare tipo di montaggio. Roussel parte da arcane descrizioni, spesso andando avanti per diverse pagine senza alcuna logica apparente. Poi, improvvisamente, quando gli eventi si sono compiuti, spiega brevemente a cosa abbiamo assistito. Solo alla fine viene svelato anche l’antefatto.

Sembra quasi che lo scrittore voglia farci vedere una sequenza di simboli il meno mediata possibile, portandoci fino alla follia per la mancanza di razionalità, soddisfando il nostro intelletto con una spiegazione solo quando l’immagine ormai ha perso il suo puro impatto. Costringendoci poi a ritornare ad ammirarla, seppur ormai disincantati.

Tale metodo compositivo si riflette anche nella narrazione, che non è altro una serie di ossessive descrizioni di complessi meccanismi le cui logiche di funzionamento sono al tempo stesso scientifiche e magiche. Lo scopo pare essere quello di dominare la natura e i suoi elementi per poter ricreare ciò che è stato e la vita stessa e quindi dare all’uomo l’immortalità.

Cantarel riesce quindi a far muovere di nuovo i muscoli facciali di Danton per dare l’illusione della parola. Ricostruisce tramite pantomine eventi mitologici o di famose personalità. Riesce a ricreare i momenti più importanti delle vite di alcuni uomini qualunque non solo rianimandoli con delle sostanze, ma costruendoci attorno vere e proprie rappresentazioni teatrali, usando scenografie e attori.

Locus solus è quindi una sorta di eterno museo dell’esperienza,dell’arte e della razionalità umana. Con le suggestioni e i frammenti del passato Rousell ci mostra il presente e il futuro Ed è anche una metafora per la modernità, divisa tra un nostalgico recupero del mito e una cieca fiducia nella tecnologia e nell’intelletto.

Kadare – Il Generale dell’armata morta

Un generale italiano torna in Albania vent’anni dopo la seconda guerra mondiale insieme a un prete per recuperare i corpi dei soldati caduti in battaglia e in particolare di un importante colonnello, al quale è stato eretto nel suo paese un imponente mausoleo.Ma vuoto.

Quasi una ricerca antropologica a più livelli. Il primo è quello del generale, partito con la consapevolezza di avere una missione onorevole, capace di dare di nuovo un senso alla sua figura in un mondo dai valori ormai diversi. I greci e i troiani, ricorda, concordavano tregue per offrire una degna sepoltura ai morti.

Pian piano verrà però sommerso dagli incubi e dal rimorso che provoca rinvangare letteralmente un tragico passato. Le liste che contengono i nomi dei militari  sono interminabili e le loro tombe e i loro corpi si confondono con quelli degli altri soldati di tutti il mondo, diminuendone la mitologica importanza che gli dà il generale.

Erano i soldati stessi a non voler essere disturbati dopo la dipartita, togliendosi appositamente il medaglione di riconoscimento per potersi cosi dissolvere con gli altri.

L’Albania stessa è un mondo ostile ed estraneo, dalle tradizioni e superstizioni ferree, dal linguaggio incompresibile. Un paese al centro delle tragedie del melting pot dei balcani e al tempo stesso rinchiuso nelle sue inaccessibili montagne. Il prete afferma che gli abitanti sembrano svegliarsi solo quando hanno in mano un’arma, diventando inesorabili combattenti. La guerra è il loro unico modo di comunicare con l’esterno.

Non solo i morti, ma anche la gente del posto è stanca di questo ciclo immutabile.Ma una ricca culturale orale, fatta di racconti e di canzoni, a cui si aggiungono ormai anche i diari dei soldati stranieri morti durante la seconda guerra mondiale, continua inesorabilmente a tramandare memoria, obbligando chiunque, anche chi viene da fuori, ad ascoltarne i mormorii

Milorad Pavic – il dizionario dei kazari

Milorad Pavic è uno scrittore serbo del 1929, autore di diversi romanzi dalla struttura particolarmente creativa. La sua opera più celebre in occidente è il Dizionario dei Kazari, un “romanzo lessico” incentrato sulla polemica riguardante la conversione religiosa dei Kazari, un antico popolo dell’est europeo. Il libro è infatti diviso in tre piccole enciclopedie (Libro rosso, Libro Verde, Libro Giallo, più due appendici), ognuna delle quali espone il punto di vista di una delle grandi religioni (Cristianesimo, Islamismo,Ebraismo) su vari aspetti della cultura Kazara. Naturalmente ognuna di esse afferma prima di tutto di essere stata scelta dai Kazari come loro nuova credenza, ma, come altri argomenti trattati nel dizionario, le versioni delle tre enciclopedie sono in contraddizione tra di loro.

Nonostante questa sorta di competizione per la verità, in diversi casi alla fine del testo c’e un simbolo che indica che questa voce del dizionario è presente anche nelle sezioni dedicate agli altri due culti, invitando quindi a sentire anche gli altri punti di vista. Essendo scritti in ordine alfabetico, gli eventi del libro non sono narrati cronologicamente, ed è quindi compito del lettore tentare di ricostruire nel tempo e nello spazio la cultura kazara, attraverso le testimonianze dei curatori del dizionario originale , lettere di studiosi moderni, aneddoti sulla vita e sull’arte kazara, notizie storiche sul dizionario stesso.

E peraltro del libro di Pavic esistono due edizioni: una maschile e una femminile, le quali hanno di diverso solo poche ma importanti righe. Ma alla fine la questione centrale del libro rimarrà comunque irrisolta. Benché sia effettivamente esistito un dizionario dei kazari (e il libro si presenti come l’edizione l’originale del dizionario), e benché il popolo kazaro si sia davvero convertito (all’ebraismo), Pavic è interessato soprattutto a cogliere una civiltà nel suo punto massimo di apertura culturale per creare un affascinante meta-universo largamente immaginario.

Tutto ciò non può che far pensare alle finzioni letterarie dei libri di Borges, anche per l’utilizzo di simboli e tematiche ampiamente presenti nelle opere dello scrittore argentino (in particolare i sogni, il tempo,gli enigmi irrisolti, l’importanza della memoria culturale,il surrealismo, la presenza di specchi e di “doppi”). La struttura aperta del libro e l’ipertestualità deve anche molto ai grandi sperimentatori del linguaggio del 900, da Cortazar al gruppo dell’ OuLiPo. E chiaramente il relavitismo dei punti di vista, la decostruzione del testo e della storia, l’autoreferenzialità lo rendono un classico esempio di letteratura postmoderna. Infine, essendo l’autore serbo, è probabile che si tratti anche di un’allegoria dei balcani, dove diverse civiltà hanno vissuto per secoli nella stessa regione.

originariamente pubblicato nel 2008.

Stanislaw Witkiewicz – Insaziabilità

Insaziabilità è un libro del 1930 di Stanislaw Witkiewicz, pittore, drammaturgo,filosofo polacco nato nel 1885. L’opera, ambientata alla fine del nostro secolo, racconta la feroce iniziazione alla vita, sessuale e artistica, del giovane Genezyp Kapen, mentre le truppe comuniste cinesi si apprestano ad invadere l’Europa. Attraverso una forma allucinata del romanzo di formazione, Witkiewicz tratteggia la fine dell’intera civiltà occidentale, sia dal punto di vista sociale (decadenza dei valori a tutti i livelli, dalla borghesia alla nobiltà, personaggi che aggirano insaziabili in un mondo alienato ormai privo di riferimenti mentre la società cinese rifiuta ogni individualismo), sia dal punto di vista culturale (infinite e deliranti discussioni sulle filosofie e sui movimenti artistici dell’epoca mentre l’artista nella società cinese è totalmente asservito all’ideologia). La narrazione è continuamente interrotta da quelle che sembrano analisi psicologiche dei protagonisti, da notizie del mondo esterno scritte come comunicati stampa, da titaniche descrizioni di amplessi; una visione apocalittica dove cui si muovono gli ultimi anti-eroi: Genezyp Kapen e il suo percorso esistenziale che lo condurrà ad uno stato semi-catatonico,Benz e la sua logica, Il principe Basilio e il suo misticismo cristiano, Tengier e la sua incomprensibile arte , la vecchia principessa ninfomane Irina che si contrappone all’assoluta asessualità di Liza, ma soprattutto la figura mitica e incomprensibile, forse perchè ancora in parte umana, dell’ultimo grande generale Kocmoluchowicz, il quale verrà condannato a morte dai vincitori. Il resto dei personaggi, a parte la principessa, si integreranno invece perfettamente nella nuova deumanizzata (“impassibile come una figura di Buddha”) gerarchia cinese.

Le Perizie – Gaddis

Qualche anno fa, nella collana “I classici moderni mondadori,” fece la sua apparizione un mastodontico libro, peraltro diviso in due volumi, chiamato Le Perizie.Si trattava di una scelta piuttosto inusuale visto che normalmente all’interno della serie venivano pubblicate opere già note al pubblico.

E invece, non si sa come, questa volta toccò ad un autore, William Gaddis, il quale aveva dovuto anche in patria faticare per incontrare il favore della critica.
The recognitions, questo era il titolo originale, venne infatti pubblicato in America nel 1955 tra l’incomprensione generale di un’epoca che celebrava soprattutto il realismo in letteratura, avendo ormai dimenticato le rarefatte visioni moderniste di Joyce e Eliot. Ma oltre a citare splendidamente il passato, Le perizie anticipava idealmente anche gli esperimenti e le ambizioni enciclopediche del romanzo postmoderno che sarebbe esploso di li a poco. Le prime pagine introducono perfettamente le idee chiave del libro, facendoci assistere ad un tragico esempio di inautenticità che sembra già condannare spiritualmente l’ignaro protagonista Wyatt Gwyon.

Mentre lui era ancora piccolo, infatti, la madre rimane uccisa in un’operazione d’appendicite eseguita da un finto medico. Wyatt cresce quindi con la soffocante fede calvinista del padre, trovando uno spiraglio di libertà solamente attraverso le sue precoci attitudini artistiche. Anni dopo lo vediamo a Parigi a dipingere, ma dopo aver rifiutato di pagare un critico, Cremer, per ottenere recensioni favorevoli, non vende più quadri. Si sposta cosi a New York, dove però si ritrova prima a creare disegni che poi saranno firmati da altri, e poi a produrre copie per un mercante d’arte, Recktall Brawn, il quale li vende come originali.

Concepita originariamente dall’autore come parodia moderna del Faust, incentrata sulla contraffazione nell’arte, l’opera ha avuto lungo periodo di gestazione, nella quale l’ampio spettro di influenze presenti, dai viaggi in Europa e il breve soggiorno al Village di Gaddis ai numerosi riferimenti filosofici, religiosi, letterari, ma anche un evento mediatico come la scoperta delle imitazioni di Van Meegeren, ha lentamente dato forma ad una grottesca visione della cultura moderna, in cui la finzione, sia a livello intellettuale che nei rapporti umani, è la regola.

Per evidenziare maggiormente questa tesi, e dare la sensazione di una civiltà sull’orlo del caos, lo scrittore americano ha optato per una struttura particolarmente frammentaria, disponendo la miriade di personaggi, molti dei quali fanno solo brevi apparizioni, in piccole sequenze narrative dalle continue variazioni stilistiche e prospettiche, creando l’illusione di un quadro osservabile da più punti di vista, come le raffigurazioni dei maestri fiamminghi del quattocento (“Non c’è una sola prospettiva, come l’occhio della macchina fotografica, quello dal quale ora guardiamo tutti, e che chiamiamo realismo, là… ne metto cinque o sei o dieci… il pittore fiammingo ci metteva venti prospettive, se voleva”).

Proprio quest’ultimi, con la loro concezione autentica dell’arte, rappresentano lo specchio estetico su cui far riflettere l’ambiguità e la decadenza del presente. L’impossibile ricerca morale dei protagonisti si sublima nella perdita progressiva dell’identità – spesso essi si ripresentano sotto un altro nome -, nel recupero di antiche religioni, nonchè in decessi altamente simbolici come quello memorabile che chiude l’opera.
Ma nelle Perizie Gaddis ci dimostra che c’e un misterioso splendore anche nella fine: nel suo libro la finzione assume le sembianze di un’affascinante e complessa mitologia.

L’autore americano creerà altri titoli pregevoli come Gotico Americano e JR, anti-romanzi composti quasi esclusivamente da dialoghi, ma non riuscirà più a raggiungere i vertici della sua magnum opus.