Kadare – Il Generale dell’armata morta

Un generale italiano torna in Albania vent’anni dopo la seconda guerra mondiale insieme a un prete per recuperare i corpi dei soldati caduti in battaglia e in particolare di un importante colonnello, al quale è stato eretto nel suo paese un imponente mausoleo.Ma vuoto.

Quasi una ricerca antropologica a più livelli. Il primo è quello del generale, partito con la consapevolezza di avere una missione onorevole, capace di dare di nuovo un senso alla sua figura in un mondo dai valori ormai diversi. I greci e i troiani, ricorda, concordavano tregue per offrire una degna sepoltura ai morti.

Pian piano verrà però sommerso dagli incubi e dal rimorso che provoca rinvangare letteralmente un tragico passato. Le liste che contengono i nomi dei militari  sono interminabili e le loro tombe e i loro corpi si confondono con quelli degli altri soldati di tutti il mondo, diminuendone la mitologica importanza che gli dà il generale.

Erano i soldati stessi a non voler essere disturbati dopo la dipartita, togliendosi appositamente il medaglione di riconoscimento per potersi cosi dissolvere con gli altri.

L’Albania stessa è un mondo ostile ed estraneo, dalle tradizioni e superstizioni ferree, dal linguaggio incompresibile. Un paese al centro delle tragedie del melting pot dei balcani e al tempo stesso rinchiuso nelle sue inaccessibili montagne. Il prete afferma che gli abitanti sembrano svegliarsi solo quando hanno in mano un’arma, diventando inesorabili combattenti. La guerra è il loro unico modo di comunicare con l’esterno.

Non solo i morti, ma anche la gente del posto è stanca di questo ciclo immutabile.Ma una ricca culturale orale, fatta di racconti e di canzoni, a cui si aggiungono ormai anche i diari dei soldati stranieri morti durante la seconda guerra mondiale, continua inesorabilmente a tramandare memoria, obbligando chiunque, anche chi viene da fuori, ad ascoltarne i mormorii

Advertisements

Bela Tarr – Satantango

Bela Tarr è un regista ungherese nato a Pecs nel 1955. Le prime opere (Family Nest, The Outsider, e soprattutto Prefab People) hanno tendenze realiste, ma i film della maturità, Damnation, Satantango, Werckmeister Harmonies, tratte dai libri di Lazlo Krasznahorkai, mostrano un linguaggio cinematografico fortemente personale e una nuova attenzione verso la condizione umana, stavolta priva di pretese ideologiche. Satantango, terminato nel 1994, anche se la sua concezione risale al 1985, è solitamente ritenuto il suo capolavoro, non solo per l’inconsueta durata (oltre 7 ore), ma anche per la complessità narrativa e strutturale.

Satantango racconta di un piccolo villaggio ungherese improvvisamente privato della sua fattoria collettiva, unica occupazione dei suoi abitanti. La forzata inerzia ha un impatto decisamente negativo sulla vita della piccola comunità, ridotta ad annegare i propri problemi nell’alcool e a cospirare contro i propri vicini. Ma quando tutto sembra perduto, si diffonde la notizia del ritorno di due abitanti del villaggio, Irimias e Petrina, i quali sembrano intenzionati a costituire una nuova fattoria. La struttura narrativa del film ricalca quella del libro originale, diviso in 12 capitoli ma non disposti cronologicamente per rispettare i movimenti base di un tango: un passo avanti, uno indietro. E’ comunque possibile dividere l’opera in due blocchi principali: il primo racconta gli eventi degli abitanti del villaggio mentre l’attendono l’arrivo di Irimias, contrappuntandoli con episodi che invece che descrivono le vicissitudini di quest’ultimo; il secondo invece si concentra su Irimias e la sua presunta intenzione di costituire una nuova fattoria.

Il film si apre con un inno al cinema di Tarr: un tracking shot di 9 minuti che segue delle mucche che attraversano una parte del villaggio fino a scomparire all’orizzonte. Oltre a presentare l’estetica del film, che vive di infiniti long takes, di una densa fotografia in bianco e nero, di ambientazioni in rovina e di oscuri interni, della quasi totale assenza di musica per affidarsi al ritmo visivo o ai suoni naturali, o ad entrambi, questa sorta di prologo anticipa obliquamente quelle che sono secondo il regista le tematiche principali del film: l’osservazione diretta della condizione umana e l’illusione della fede. Ciò è  evidente nella scena che segue e che apre il primo capitolo, “The news that they are coming”, in cui vengono presentati i primi personaggi all’interno di una squallida abitazione, impegnati a tentare di appropriarsi dei fondi della comunità. A lasciare interdetti non è tanto la particolare tecnica di ripresa (la steadycam si muove continuamente nello spazio per far osservare la scena da un altro punto di vista),ma come Tarr conclude alcune sequenze, anche quando gli attori stanno ancora parlando: la mdp sembra perdere interesse nella trama e si sposta a riprendere con una lunga carrellata delle piccole piante o si avvicina lentamente ad una finestra mentre fuori piove. O ancora, la macchina da presa immobile riprende due personaggi che percorrono tutto il piano visivo fino a scomparire. Queste lente meditazioni mostrano una natura umana che sembra fatta di assenze, inesorabilmente distaccata dalla realtà.

Il secondo capitolo, “We are Resurrected” introduce invece il personaggio centrale del film, Irimias (Geremia). L’uomo, atteso da tutto il villaggio come il messia e avvolto da un’aura quasi mistica nei discorsi degli abitanti, è in realtà un bieco truffatore e una spia delle autorità, interessate a mantenere l’ordine dopo il crollo della fattoria collettiva. Ma i suoi concittadini lo seguiranno comunque, accecati dall’utopia, che nel film raggiunge le proporzioni di una terra promessa, di creare una nuova comunità. L’episodio seguente, “Knowing Something” presenta un misterioso dottore, impegnato ad osservare gli eventi del villaggio e a trascriverli ordinatamente. Si tratta dell’autore della storia che il film racconta ? Di certo la scena finale lo vede ripetere le stesse enigmatiche parole del narratore all’inizio, e negli ultimi secondi è lui a far ripiombare il villaggio nella più completa oscurità.Se il quarto episodio (Work of the Spider I) celebra ancora la liturgia dell’attesa, raccontando con il ticchettio ossessivo dell’orologio del bar l’annuncio del prossimo ritorno di Irimias e Petrina, entrambi creduti morti, il quinto capitolo (The Net Tears) è incentrato su un rito sacrificale che annuncia l’imminente Tango di Satana, e la cui ferocia è appena attutita dalla particolare stilizzazione a cui Tarr la sottopone.

Una giovanissima abitante del villaggio, Estike, sottoposta a violenze da parte dei suoi familiari,i quali le rubano persino il denaro che aveva ingenuamente sotterrato, tortura ed infine avvelena un gatto, l’unico essere vivente con cui la bimba può prendersela. Dopo aver assistito dalla finestra del bar al Tango di Satana (che verrà mostrato interamente nel capitolo successivo) si suicida nelle rovine accanto al villaggio. La crudeltà e l’indifferenza degli abitanti del villaggio provocano la morte di una bambina, attirandoli definitivamente, come vedremo nel proseguo del racconto, nella tela di Irimias. Finalmente il terzo episodio, “The Work of the Spider II” chiude un’ideale prima parte celebrando il ritorno del messia con un delirante, grottesco Tango di Satana, dove finalmente osserviamo la vera, tragica natura degli abitanti del villaggio e dell’umanità intera.

Il secondo blocco narrativo si apre invece con una statica composizione, mostrando il piccolo cadavere di Estike su un vecchio tavolo e gli abitanti del villaggio raccolti dietro di lei. La scena ha però l’apparenza di una messa nera: è stato il declino morale dei suoi concittadini ad ucciderla, e Irimias non esita ad approfittare della tragedia per convincere definitivamente il villaggio ad usare i loro fondi per costituire una nuova comunità. I soldi vengono impietosamente deposti vicino ai piedi della bambina morta. Gli abitanti del villaggio si preparano a raggiungere la loro terra promessa, un casolare abbandonato, distruggendo tutto ciò che non possono portare con sè. Il viaggio è lungo e faticoso, e ormai stremati si addormentano. La mpd continua invece a descrivere il loro stato interiore, ritraendoli a terra, con accanto i loro bagagli, nella desolazione più totale della loro nuova dimora. Il giorno dopo il loro presunto salvatore li ingannerà un’altra volta, rinviando la creazione della nuova fattoria e mandandoli nei paesi vicini. Ma le loro vicissitudini si concludono definitivamente con una sorta di fantasia sarcastica: le autorità leggono a voce alta il rapporto del loro collaboratore Irimias che descrive con un volgare realismo gli abitanti del villaggio (“stupida femmina con grandi tette”). Paradossalmente sono però sono proprio le guardie a disumanizzarli totalmente,sostituendo le colorite affermazioni dell’originale con un anonimo linguaggio burocratico.

Nell’ultima parte la figura di Irimias sembra diventare, se possibile, ancora più enigmatica, finendo per impersonare tutti i dilemmi del film. Pur essendo un traditore e un ladro, sente di avere una missione da compiere, affermando di essere non un salvatore ma “un ricercatore che investiga sul perché tutto è così terribile come ci appare”. Un semplice osservatore, quindi, che non può far nulla per redimere i suoi compatrioti (e di conseguenza non il vero motivo della loro perdizione). Il film si chiude con la surreale visione del dottore, al quale appare il campanile che si era sentito all’inizio del film, bruciato però nella seconda guerra mondiale, forse ancora a rappresentare un Dio che appare per poi immediatamente dissolversi.

Vorrei concludere questo commento tentando di fornire un breve interpretazione dell’opera, soprattutto in rapporto con il libro. Certamente il film, benché scritto dal regista con l’autore del romanzo, è volutamente irrisolto nei suoi contrasti, poichè Tarr, come ho già detto, è più interessato a descrivere la condizione umana(“each faith is revealed as based on illusion. And then it spreads thin and disappears. In SATANTANGO, Irimias, which means “Jeremiah,” is a messiah. All messiahs are generally just ordinary spies”.), che a soffermarsi sui contenuti sociopolitici, mentre l’originale, sebbene non privo di intenzioni filosofiche, era prima di tutto una satira dell’ultimo periodo del comunismo. Se Tarr ha deciso comunque di mantenere la trama del libro (a differenza, invece, di quanto avviene per Werckmeister Harmonies), pur relegandola in secondo piano rispetto al suo complesso linguaggio cinematografico e al suo particolare idealismo, in un film che peraltro, è bene affermarlo, è largamente improvvisato, è probabile che pensasse che gli elementi satirici potessero ben integrarsi con i suoi veri obiettivi.

Milorad Pavic – il dizionario dei kazari

Milorad Pavic è uno scrittore serbo del 1929, autore di diversi romanzi dalla struttura particolarmente creativa. La sua opera più celebre in occidente è il Dizionario dei Kazari, un “romanzo lessico” incentrato sulla polemica riguardante la conversione religiosa dei Kazari, un antico popolo dell’est europeo. Il libro è infatti diviso in tre piccole enciclopedie (Libro rosso, Libro Verde, Libro Giallo, più due appendici), ognuna delle quali espone il punto di vista di una delle grandi religioni (Cristianesimo, Islamismo,Ebraismo) su vari aspetti della cultura Kazara. Naturalmente ognuna di esse afferma prima di tutto di essere stata scelta dai Kazari come loro nuova credenza, ma, come altri argomenti trattati nel dizionario, le versioni delle tre enciclopedie sono in contraddizione tra di loro.

Nonostante questa sorta di competizione per la verità, in diversi casi alla fine del testo c’e un simbolo che indica che questa voce del dizionario è presente anche nelle sezioni dedicate agli altri due culti, invitando quindi a sentire anche gli altri punti di vista. Essendo scritti in ordine alfabetico, gli eventi del libro non sono narrati cronologicamente, ed è quindi compito del lettore tentare di ricostruire nel tempo e nello spazio la cultura kazara, attraverso le testimonianze dei curatori del dizionario originale , lettere di studiosi moderni, aneddoti sulla vita e sull’arte kazara, notizie storiche sul dizionario stesso.

E peraltro del libro di Pavic esistono due edizioni: una maschile e una femminile, le quali hanno di diverso solo poche ma importanti righe. Ma alla fine la questione centrale del libro rimarrà comunque irrisolta. Benché sia effettivamente esistito un dizionario dei kazari (e il libro si presenti come l’edizione l’originale del dizionario), e benché il popolo kazaro si sia davvero convertito (all’ebraismo), Pavic è interessato soprattutto a cogliere una civiltà nel suo punto massimo di apertura culturale per creare un affascinante meta-universo largamente immaginario.

Tutto ciò non può che far pensare alle finzioni letterarie dei libri di Borges, anche per l’utilizzo di simboli e tematiche ampiamente presenti nelle opere dello scrittore argentino (in particolare i sogni, il tempo,gli enigmi irrisolti, l’importanza della memoria culturale,il surrealismo, la presenza di specchi e di “doppi”). La struttura aperta del libro e l’ipertestualità deve anche molto ai grandi sperimentatori del linguaggio del 900, da Cortazar al gruppo dell’ OuLiPo. E chiaramente il relavitismo dei punti di vista, la decostruzione del testo e della storia, l’autoreferenzialità lo rendono un classico esempio di letteratura postmoderna. Infine, essendo l’autore serbo, è probabile che si tratti anche di un’allegoria dei balcani, dove diverse civiltà hanno vissuto per secoli nella stessa regione.

originariamente pubblicato nel 2008.

Bela Tarr – Turin Horse

Turin Horse è l’ultimo atto di un monumentale ciclo di opere che ha portato Béla Tarr diventare uno dei maestri odierni del cinema. Il testamento spirituale del regista assume le forme di una genesi inversa, dove in sei giorni gli elementi naturali si scatenano contro l’umanità fino ad avvolgerla completamente nelle tenebre. Premesse apocalittiche che ritroviamo nell’antefatto testuale, che narra dell’improvviso abbraccio di Nietzsche a un cavallo appena frustato. Anche se non è facile interpretare il valore simbolico di tale aneddoto (l’ultimo gesto lucido prima della follia?), la sua presenza crea le basi morali di un mondo in cui, oltre agli dei, anche l’uomo è ormai decaduto.

La consueta instabilità narrativa dei lavori di Tarr ci impone di riflettere sull’effettiva connessione logico-temporale tra il racconto iniziale e la reale diegesi di Turin Horse.
Sul vero destino del cavallo la storia è, infatti, muta, e l’animale stesso non è che un semplice osservatore di ciò che avviene all’interno della casa, che rappresenta, insieme agli inospitali esterni, il ridotto spazio in cui si muovono i personaggi. L’avere rinunciato a descrivere da molteplici punti di vista un’intera comunità ha permesso a Tarr di ridurre gli artifici e di focalizzarsi su poche e minime variazioni, che nei lunghi momenti di stasi richiamano le più umili composizioni pittoriche di artisti come il Mantegna.

I due stessi protagonisti, un padre e sua figlia, sembrano anch’essi figure mitiche immerse in un suggestivo chiaroscuro e al contempo veriste raffigurazioni di un’opprimente ritualità quotidiana.
L’unica attività contemplativa rimasta appare essere il loro continuo osservare la fioca luce che passa attraverso la finestra. È proprio in queste azioni quasi meccaniche che Tarr vede, come nell’abbraccio di Nietzsche, le ultime tracce di umanità prima della fine, nobili segni di chi sa accettare stoicamente il proprio destino.

pubblicato originariamente su players nel 2011.

Stanislaw Witkiewicz – Insaziabilità

Insaziabilità è un libro del 1930 di Stanislaw Witkiewicz, pittore, drammaturgo,filosofo polacco nato nel 1885. L’opera, ambientata alla fine del nostro secolo, racconta la feroce iniziazione alla vita, sessuale e artistica, del giovane Genezyp Kapen, mentre le truppe comuniste cinesi si apprestano ad invadere l’Europa. Attraverso una forma allucinata del romanzo di formazione, Witkiewicz tratteggia la fine dell’intera civiltà occidentale, sia dal punto di vista sociale (decadenza dei valori a tutti i livelli, dalla borghesia alla nobiltà, personaggi che aggirano insaziabili in un mondo alienato ormai privo di riferimenti mentre la società cinese rifiuta ogni individualismo), sia dal punto di vista culturale (infinite e deliranti discussioni sulle filosofie e sui movimenti artistici dell’epoca mentre l’artista nella società cinese è totalmente asservito all’ideologia). La narrazione è continuamente interrotta da quelle che sembrano analisi psicologiche dei protagonisti, da notizie del mondo esterno scritte come comunicati stampa, da titaniche descrizioni di amplessi; una visione apocalittica dove cui si muovono gli ultimi anti-eroi: Genezyp Kapen e il suo percorso esistenziale che lo condurrà ad uno stato semi-catatonico,Benz e la sua logica, Il principe Basilio e il suo misticismo cristiano, Tengier e la sua incomprensibile arte , la vecchia principessa ninfomane Irina che si contrappone all’assoluta asessualità di Liza, ma soprattutto la figura mitica e incomprensibile, forse perchè ancora in parte umana, dell’ultimo grande generale Kocmoluchowicz, il quale verrà condannato a morte dai vincitori. Il resto dei personaggi, a parte la principessa, si integreranno invece perfettamente nella nuova deumanizzata (“impassibile come una figura di Buddha”) gerarchia cinese.

Mother 3

Mother è sempre stato uno dei maggiori esponenti gioco di ruolo giapponese. La sua eccezionalità è data non solo dal suo essere una surreale decostruzione di Dragon Quest, e quindi di uno dei capisaldi recenti della cultura popolare nipponica, ma anche dalla sintesi che effettua sulla contemporaneità, vista come una duplice finzione (la realtà è sostituita da un sistema di segni che si trova all’interno di un’altra struttura di simulacri, il videogioco). Mother 3, pur non rinunciando interamente a quella visione del mondo, ci presenta invece un Itoi diverso, più introspettivo, quasi stessimo assistendo ad una sofferta meditazione sulla nostra epoca. Forse è questa improvvisa necessità di comunicare in maniera più diretta che impone a questo terzo capitolo un linguaggio più tradizionale, basato su alcuni modelli tipici delle grandi narrative: la crescita dell’eroe, la scomparsa di una persona amata, il contrasto con il fratello, un nuovo mondo iniziato dai pochi reduci del precedente. Sebbene lo studio dell’evoluzione sociale di una piccola comunità possa far pensare a un nuovo localismo postmoderno che reagisce ai metaracconti, l’autore usa semplicemente il particolare (il paesino) per interpretare l’universale (l’umanità). E il gioco ci ricorda continuamente di stare assistendo a una storia nella storia, chiedendo il nome all’utente e interpellandolo nel corso dell’avventura.

L’inizio di Mother 3 è nostalgico, presentandoci un villaggio immerso nella natura, i cui abitanti non sembrano conoscere il male. Una serie improvvisa di eventi inspiegabili culminano in un furto, apparentemente da parte di uno dei cittadini, e la morte della madre del protagonista Lucas. Proprio questa scena chiarisce come nessun’altra la poetica del titolo di Itoi: è un memorabile condensato di drammaticità e di gusto del grottesco, e rende la genitrice un forte simbolo, sia morale, sia dell’affetto/odio tra i fratelli, anche attraverso i numerosi flashback che la ricordano. La memoria e il destino sono d’altra parte molto importanti in Mother 3, e il secondo capitolo è proprio incentrato in un luogo che contiene il tempo stesso, il castello Osohe (“I created Osohe Castle to act as a time scale of sorts”). Quest’ultimo, infatti, con i suoi fantasmi e le sue vestigia, è tutto ciò che rimane dell’antica civiltà che si è annientata, ma il suo gameplay rimanda esplicitamente ai vecchi giochi di ruolo, diventando in questo modo una sorta di museo del videogioco.

Il maniero viene però distrutto da misteriosi nemici, e il loro comandante, Fassad, inizia a tentare gli abitanti del villaggio, esortandoli a cambiar vita e a trovare la felicità. Tre anni dopo il paesino si è ormai trasformato in una metropoli moderna, con alberghi di lusso, treni, industrie. I cittadini sembrano essere completamente inebetiti dall’Happy Box, una sorta di monitor che in realtà non visualizza niente, ma in cui ognuno vede ciò che vuole. I vecchi sono stati rinchiusi nell’ospizio,i pochi abitanti rimasti senza Happy Box vivono isolati e minacciati costantemente da fulmini. Lucas, ormai cresciuto, è uno di questi. Tutt’altro che rassegnato alla sua nuova condizione, il nostro eroe tenta di scoprire qualcosa di più su Fassad, prima visitando la fabbrica, dove vengono creati e distrutti strani esseri di argilla, e poi il laboratorio dove vengono prodotte aberrazioni genetiche con gli animali. Dopo aver ritrovato i suoi amici e aver combattuto di nuovo con Fassad, Lucas finisce in una strana isola, che si rivelerà essere una distorta realizzazione del proprio flusso di coscienza,disseminata di amici e familiari. Alcuni di essi semplicemente si limitano al puro non-sense, altri, compresi il padre e il fratello del protagonista, lo riempiono di insulti e cattiverie (forse riflettendo in parte pensieri che hanno sempre tenuto nascosti; in fondo uno dei personaggi afferma che “nothing but lies, nothing but lies. You’re nothing more than nothing but lies.”). Lucas riesce comunque a ritornare in città, dove è immediatamente convocato a New Pork City. Il centro urbano si rivela essere una sorta di ipotetico futuro di Earthbound, in cui la l’esperienza umana è presentata come una distribuzione casuale di forme culturali, dominate dalla pura assenza. La rappresentazione, o la simulazione della rappresentazione, raggiunge il suo culmine all’interno del Cinema: non solo vengono proiettate scene di Mother 2, ma sia il proiezionista che il cinefilo non sono altro che statue inanimate di creta.

L’artefice di questo mondo-giocattolo non è altro che Porky, l’acerrimo nemico di Ness, venuto in quest’era con una macchina del tempo. Pur preservando i tratti demenziali della sua prima apparizione, Porky diventa in Mother 3 un personaggio tragico,  condannato a rimanere per sempre rinchiuso nel sistema di protezione che egli stesso si era creato.Alla fine, a Itoi non rimane che ringraziare il giocatore e fargli incontrare i protagonisti della storia.  Si tratta della perfetta conclusione di un mito che è al tempo stesso moderno e postmoderno, nostalgico e innovatore,retorico e umile, formale e assurdo.

Il Figlio – Dardenne | Mad Detective – Johnny To

Il figlio è un film di Jean-Pierre e Luc Dardenne.  Calvier è un semplice carpentiere, ma esercita il suo lavoro con tale serietà e passione da ricordare i grandi artigiani del passato. Malgrado l’apparente imperturbabilità,  sembra tenersi per sè alcuni ricordi non particolarmente felici, e infatti in seguito veniamo a conoscenza che il suo unico figlio è stato ucciso anni prima. Intanto, un  ragazzino, Francis, vuole diventare apprendista di Calvier. Per tentare di inquadrare questa piccola allegoria realista si è fatto il nome del poeta del cinema francese, Robert Bresson, e a ragione: i dialoghi pressochè inesistenti, i pochi personaggi, la sottile psicologia, non possono che far pensare alle umili parabole del leggendario regista. Il lento avvicinamento tra un padre e un figlio è reso tramite l’antico legame tra maestro e allievo, per concludersi in una riconciliazione che è al tempo stesso  umana e spirituale . Il percorso interiore che i due protagonisti affrontano è però tutt’altro che lineare, in quanto i due autori hanno deciso di conferire a Le Fils, con la steadycam e il suono rigorosamente diegetico, una certa indeterminatezza a livello di narrazione  (e una certa instabilità visiva ) non lontana dalle opere del Dogma 95.

Mad Detective, diretto da Johnny To e Wai Ka Fai, è invece un thriller ambientato ad Hong Kong. Bun è un ispettore che utilizza metodi d’indagine particolarmente bizzarri,affermando di poter vedere le diverse personalità nascoste di un essere umano. Malgrado le sue brillanti operazioni, Bun viene allontanato dalla polizia dopo essersi tagliato un orecchio di fronte al suo capo.  Viene però richiamato in servizio anni dopo dall’ispettore Ho-Kon per risolvere il caso  di un collega scomparso. In Mad Detective l’ambiguità narrativa del genere viene portata a livelli quasi espressionisti: l’intero processo investigativo è osservato dal punto di vista della psiche allucinata di Bun, rendendo profondamente incerto non solo lo svolgersi degli eventi e le attività più bizzarre dell’ex ispettore, ma anche, e forse volutamente per creare non un modello preciso ma un ipotetico e irrisolto puzzle sulla mente di un assassino , le caratteristiche del malvivente, sdoppiato in sette personaggi completamente diversi. Ma Bun sembra essersi creato anche un suo mondo interno, forse colmo di fantasmi del suo passato (negli ultimi anni è vissuto in completa solitudine) , e i due piani si intersecano continuamente, arrivando a chiederci se stiamo assistendo ad una caccia all’uomo o alla ricostruzione della mente di Bun. L’amoralità tipica di Johnny To è garantita dalla chiara simpatia in cui è tenuto l’eccentrico protagonista rispetto all’egregio poliziotto   Ho-Kon, il quale non solo non esita a servirsi dell’ex ispettore, ma nel finale lo vediamo essere dominato da una delle personalità dell’assassino. (era sempre presente in  Ho-Kon ? oppure gli è stata passata dal criminale morente ? o si tratta semplicemente di un’altra visione di Bun ?).  La cinematografia nei film di Johnny To è sempre degna di nota, ma in questa sua ultima opera sembra aver raggiunto il culmine dei suoi barocchismi, non esitando a riprodurre in chiave grottesca la celebre scena degli specchi di The Lady From Shangai.

originariamente pubblicato nel 2008.