Gyorgy Palfi – Hukkle – Taxidermia

Hukkle (2002)

Come si costruisce una storia ? Si inizia con piccoli tentativi. Inquadrature ravvicinate di un serpente,un uomo, una donna, scene di vita di animali e piante. Abbiamo gli elementi di base. Settiamo il ritmo: un vecchio il cui singhiozzo non si fermerà per tutto il film. Nessuna parola, al massimo canti o voci indistinguibili. Solo suoni naturali che tradiscono l’identità dell’osservatore.

Poi si ci ferma un’attimo. L’illusione viene spezzata, vediamo la pellicola. Stiamo guardando un film. E non un documentario idilliaco. Le palle enormi di un animale. Due suini che copulano.

Minuziose sequenze di produzione di abiti e di cibo. Che avvelena un gatto. La morte entra cosi in scena.  Segue un funerale. Un poliziotto viene inviato a risolvere il mistero di questo e di altri decessi. Quasi casualmente guardiamo un cadavere in fondo al lago.

Il pesce preso dal pescatore è una bestia orrenda. Non dobbiamo fidarci del cibo che compare misteriosamente nella tavola dissolvenza dopo dissovenza. Per conoscere la verità serve un’altro,definitivo, solco. Un jet passa a pochissimi metri dal suolo, distruggendo per sempre un microcosmo già in precario equilibrio. Il poliziotto guarda le foto cercando di risolvere l’enigma, ma sarà un lamento folk eseguito ad un matrimonio a portare ancestralmente alla luce le tensioni nascoste del villaggio.

La narrazione è un concetto umano. La natura si limita a fornirci frammenti  tramite l’immagine tentando di unirsi impercettibilmente a noi, ma la sua attenzione è rivolta solo a sè stessa. Ciò che accade a noi rimane sullo sfondo,in eterna attesa di trovare chi lo decifri.

Taxidermia (2005)

In questo film entrano prepotentemente in scena gli esseri umani. E non è un bello spettacolo. Tre generazioni, tre ossessioni, trasmesse tramite fluidi corporei e masse uniformi di carne. Alla fine non rimane che il suicidio per fermare questo terribile ciclo. Al tempo stesso autocelebrandosi per l’eternità.

Il primo, non ha importanza il nome, è un soldato della seconda guerra mondiale. Trova il piacere e il dolare tramite fantasie reali o immaginarie. Dentro questo suo mondo la favola della piccola fiammiferia prende vita da un libro. Eiacula all’idea, e la forza sprigionata si tramuta nella terrificante uccisione e macellazione di un suino. Prima di venire ammazzato con il cazzo di fuori riesce comunque a dar vita alle sue perversioni. Il suo erede è neonato con la coda di maiale.

Il figlio cresce. Diventa uno sportivo. Compete a chi mangia (e vomita) di più. Incredibilmente trova una come lui, e ne nasce una grottesca storia d’amore. Quasi una parodia.

E nasce cosi anche l’ultimo figlio, la cui passione è la tassidermia. Il padre è ormai un enorme montagna di grasso, che siede statuario accanto alle gabbie dei suoi gatti da competizione. Saranno proprio ad aprirgli l’intestino, uccidendolo. In fondo anche loro mangiano. Il figlio decide quindi di impagliare il padre, ma anche sè stesso. Da vivo, in un processo meravigliosamente raccontato visivamente passo dopo passo. Manca solo il tocco dell’artista. Autodecapitarsi. Come quelle vecchie opere d’arte greche o romane a cui il tempo ha tolto la testa, consegnandole ad uno stato trascendente di imperfezione dentro la perfezione.

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